LASCIARSI ANDARE.

standard 1 marzo 2017 11 responses

Lasciar andare. Ma perché è così difficile?
Fare in modo che qualcosa fugga via, come l’onda che tocca la spiaggia e si ritira. Fugga via senza lasciare traccia permanente, qualcosa che il secondo dopo venga scordato.
Il nostro cervello immagazzina elementi, ricordi, sensazioni, amori, affetti. Non siamo fatti per lasciar andare. Siamo esseri fallibili e (dis)umani, pronti alla polemica, accesi e scoppiettanti ma mai liberi veramente.

Schiavi.
A volte sono prigioni dorate, volute, desiderate, altre volte dipingiamo noi stessi le sbarre, attendendo che qualcuno ci faccia evadere. Spesso non conosciamo i nostri limiti veri, ci mettiamo alla prova (nella più coraggiosa delle occasioni), ma non vogliamo rischiare. Difficile rischiare, costoso, anche per l’orgoglio.

Lasciar andare un pensiero, una persona, un momento. Rimanere sospesi per quell’attimo necessario ad accogliere il vuoto. Lo sconosciuto.
Lasciarsi andare. Liberare pensieri, capelli, difetti e volontà, dipingersi in un mare di colori, non rispondere più alle aspettative, essere, esistere, vivere.
A cosa si riduce quello per cui esistiamo ogni giorno? Quello per cui combattiamo, ci arrabbiamo, ci arrovelliamo? Lasciarsi andare. Lasciar andare. Trovo siano due situazioni di consapevolezza, da affrontare senza superficialità, ma consapevolezza.
Nonostante la conoscenza di se stessi, non si può decidere degli (e per gli) altri, per quanto si amino. Non rimane che lasciar andare. A volte senza cercare di capire. Lasciar andare.
E, ovviamente, continuare ad amare. Anche quello, spesso, senza capire perché.

Ps: è femmina 🙂

Fermo immagine del cortometraggio disegnato da Salvador Dalì per la Disney, Destino.

A VOLTE VA COSì.

standard 13 febbraio 2017 6 responses

Ora basta. Oggi scrivo.

Questo ho pensato stanotte (ma si parla ormai di due settimane fa…), nel buio della camera, mentre mi giravo e rigiravo cercando il sonno perso. Quello che poi arriva tutto insieme la mattina, quando suona la sveglia e non vuoi aprire gli occhi, per nessuna ragione al mondo. L’ho pensato stanotte senza alcuna ispirazione, sapendo che il tempo è sempre meno e tutto da rosicchiare in qua e là durante la giornata, conoscendo lo svolgimento ripetitivo e pieno zeppo delle mie ore quotidiane che si susseguono senza sosta. Come quelle di tutti, più o meno.

Oggi scrivo e non so nemmeno io cosa.

Potrei parlare del mio lungo silenzio, tempestato di vita, raffreddori, tossi, antibiotici, vacanze, abbracci, sorelle, nipoti, regali, viaggi. Oppure potrei lasciare la pagina vuota, bianca, senza scrivere niente. E non perché non abbia niente da dire, semplicemente che è un momento così. Confuso, direi.
Sono arrabbiata, invidiosa, stanca. Ma sono anche grata, soddisfatta, felice. Possono convivere delle sensazioni così diverse e contrastanti tra loro? Poco importa della risposta logica, in me convivono eccome.

Oggi scrivo e poi non lo faccio. Lascio che ai pochi momenti disponibili si sommino cose da fare rimandate, ma non lo scrivere. Me ne pento ma non lo faccio, qualcosa vorrà pur dire. Che non è il momento, che non sento più la voglia, che non sono più brava (sono mai stata B R A V A? Ma che vuol dire, poi, essere brava?), che non è la mia priorità? Non lo so, non lo voglio sapere, non è importante. No, non lo è. Scoprire le motivazioni delle cose che non vanno come vorremmo, dei percorsi strani che prendono le parole prima di uscire di nuovo dalla mia testa. Certo, un silenzio così lungo è strano, per me, che sono la campionessa della regolarità. Ma sono 7 anni che sono qui, che sono presente, che scrivo, mi sono presa una vacanza (da me stessa). Diciamocelo. I blog personali non sono mai stati così tanto interessanti, oltretutto senza argomenti, come è il mio.
Forse c’è stato un periodo in cui andavano di moda, in cui erano più gettonati, complice anche il mio maggiore tempo da dedicare agli “altri” del mondo blogger. Adesso leggiucchio ogni tanto, ciò che mi va, qui ci arriva pochissima gente. Ma va bene così…io scrivo comunque, come quando avevo 15 anni. Scrivevo su quintali di carta ma non avevo nessun pubblico, se non me stessa.

Quindi a volte va così. Ci sei ma è come se non ci fossi, scrivi ma è solo nei tuoi pensieri. In compenso VIVI, ma quello lo fai davvero.

…e voi, mi raccomando, sperate che sia femmina 🙂

…sono meglio di Beyoncè vero? 🙂

LA MIA RIVOLUZIONE. LENTA.

standard 25 novembre 2016 8 responses

“Il tempo mi ha cambiato un po’
Il tempo mi ha cambiato un po’
Una cosa sola non cambia mai…”

Trentaquattro anni. Un po’ meno me ne sento addosso, non perché mi sia mai mancata la vita da vivere, ma forse solo perché ne vorrei vivere ancora di più, ogni giorno.

Trentaquattro anni e un giorno, al quale si sommano i pensieri e le consapevolezze di un lungo e importante anno trascorso.

Mi faccio gli auguri, i complimenti, sono stata brava. Non sono tanto fan dell’autocompiacimento, anzi, sto sempre a cercare il mio difetto, il mio errore, il mio problema. Ma no, non è stato un anno semplice. Sono tornata a lavoro dopo i mesi di maternità, sono sopravvissuta a svariati virus dolcemente portati da mio figlio, sono stata drammaticamente assonnata e infelice, impaurita, scossa, in ansia. Ho conosciuto persone meravigliose, molto spesso anche inconsapevoli di esserlo, ho passato giorni felici e ricchi, sotto il sole, sotto la pioggia, sotto l’abbraccio confortante di un amore che non manca mai, quello del mio compagno di vita. Ho trascorso momenti di rabbia e di lotta, con me stessa e non solo, momenti in cui desideravo fuggire e cambiare tutto, stufa di alcune prepotenti banalità quotidiane. E’ stato un anno fatto di 365 giorni più uno. In cui ho imparato, di nuovo, l’amore. In cui ho rimodellato per la milionesima volta i miei approcci troppo aggressivi e insistenti (chissà che sia stata la volta buona), ho ripensato alle amicizie, quelle vere, che voglio trattenere, nonostante tutto. E a quelle che invece basta così.

Me la sono cavata. Essere madre, moglie, amica, collega, donna nel modo in cui io pretendo da me stessa di esserlo non è semplice. Ma è una scelta, tra le priorità più pungenti, quelle di cui hai più bisogno…scegli e te ne prendi cura. Ho scelto me stessa, sopra a tutti. Questo forse non mi è stato perdonato, ma non importa, le strade che si percorrono sono belle perché sono a senso unico, ma la vita lascia sempre spazio alle sorprese, alle ri-scoperte, agli abbracci vecchi ma nuovi. Ho scelto di essere madre, di AMARE profondamente questo ruolo, nonostante i sacrifici, i momenti NO grandi come una casa, la voglia di lamentarsi che ti aspetta sempre dietro l’angolo. Ho scelto l’amore, come sempre, al primo posto nella mia vita.

Ho scelto di cliccare “mi piace” a tutti i post di auguri su Facebook, leggendo ogni parola, soffermandomi su alcune frasi, dediche, passando veloce su altre.

Ho scelto di cambiare, cambiare di una rivoluzione lenta e costante. Basta con le paure, con la solitudine, con l’imposizione della cordialità se non ne ho voglia. Basta con la diplomazia. Con le guerre fredde inutili e senza sbocchi.

La mia rivoluzione. Lenta. Include tutto. Anche te.

“Non ci fossi stata tu
Io oggi come sarei
Non ci fossi stata tu

Oggi non so com’ero vent’anni fa
Oggi non lo so più”
1993 – Boosta

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La mia prima scelta

#mercoledì BIANCA NEVE

standard 9 novembre 2016 8 responses

Tiepidi, tra le mani
Purezze, spine, domani.

Bianca Neve
Petalo sfuggente
Ricordi?
C’era il mare chiuso in un vaso.

Lo ascoltavamo in silenzio.

Il suo fragore ridondante, l’odore.
Bianca Neve sciogli il tuo candore.
Confondi il tuo bianco col mare.

Mary Pellegrino, Dafne’s Corner, foto inedite.
Berenice Boncioli, Mirtillo & Lampone, parole inedite.

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ELASTICI

standard 27 ottobre 2016 3 responses

A volte si custodiscono delle cose che non si conoscono.

Sono sconosciute le forme, il contenuto, le intenzioni. Si custodiscono perché siamo persone protettive, per istinto materno o per casualità, per attenzione o egoismo, per paura, ansia o anche solo per distrarsi un po’.
Ieri ho raccolto una piccola foglia, dai confini frastagliati, l’ho poggiata lontano dalle mani distruttrici della piccola creatura che mi illudo di educare. L’ho protetta, senza conoscerla. Poi l’ho persa, ovviamente, come spesso mi succede nella baraonda delle giornate senza ne’ capo ne’ coda in cui mi tuffo, ma non per questo l’ho dimenticata. Questo faccio nelle mie giornate. Cerco.
Di non dimenticare, di non correre troppo o troppo poco, di esserci, presente, vera, reale, non quella specie di proiezione di me che non riconosco.

A volte custodisco me stessa, in una bolla fragile ma, a suo modo, resistente e stabile. Mi proteggo, ho bisogno di confini tangibili, di mani da trattenere e di occhi che supplichino attenzione. Mi proteggo da facili ostacoli, preferisco quelli più complicati. Me li lascio la notte, da sgranocchiare, perché passano meglio le mezzore di veglia accanto ad un figlio che non si arrende al sonno (quasi) mai.

Insomma, pare tutto un gioco di elastici. Elastici i sentimenti, elastico il tempo, elastiche le sensazioni vitali che mi trattengono dall’esagerare. E allora mi alleno ad essere elastica, a capire il significato dei cambiamenti continui, dell’imprevedibile consistenza delle giornate. A capire cosa è il movimento di fondo che ci rende così flessibili, ma non meno intensi, di un piccolo arco di bamboo.

Siamo elastici. Al mondo per modificarci e imparare.

Imparare ad essere genitori elastici, qualche esempio? Ok. Ad esempio: prima piangi perché lui piange, quando lo porti al nido. Poi piangi perché vorresti restare con lui, al nido. Ti piace vederlo crescere, interagire. Prendere i morsi dagli altri bambini, perché no, sapersela cavare.
Prima ti abitui a non dormire. Poi qualche ora. Poi tutta la notte. E poi si ricomincia da capo.
Prima ti abitui ai nuovi orari. Macchina. Asilo. Macchina. Lavoro.
Poi altri ancora. Macchina, asilo, autobus, lavoro. Corsa affannosa.
Poi è estate, bye bye Asilo.
Poi la baby Sitter.
Gli amici. I cazzo di virus. I dentini. I vaccini. La febbre.
Ovunque hai deciso potesse collocarsi il tuo piccolo, inutile, insignificante spazio…già non esiste più. Azzerato. Cancellato.

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Non è sufficiente? Lo so. Non credo lo sarà mai, perlomeno non sarà così per tutti. Ci sarà chi non vorrà o non potrà mettersi alla prova, come genitore elastico. Ci sarà chi si sentirà arrivato o chi non capirà mai le proprie potenzialità. Tra un affanno e l’altro, componendo il puzzle di ogni giorno, mi sento a volte spezzata a volte fortissima. Non esiste un elastico solo, nella mia scatola. Ogni giorno ne indosso uno diverso, per mantenere tutto in forma adeguatamente e il risultato è che, ovviamente, di adeguato non c’è mai niente.

Ma oggi è così che va, oggi mi sento adeguatamente me. Protetta al punto giusto. Mamma elastica e stravolta come piace a me.

Ps: non credo che la questione riguardi nessuno di voi lettori (se ancora ci siete). Però sappiate che non mi piace come chiudo i post. Inizio con un tenore e termino in discesa libera, senza criterio o legami, senza alcun senso a volte. Ma…va così. E’ il mio posto questo. Voletemi bene comunque.

#mercoledì INTENSITA’

standard 12 ottobre 2016 6 responses

Io sono il tempo

Tu sei foglia rossa di calore d’autunno

Io scorro incessante

Tu ti trattieni, densa

Io mi lascio spesso vivere

Tu decidi, scegli, ti fai raccogliere.

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Ci sono dei #mercoledì magici, quelli con la M maiuscola, in cui lavori, scrivi, progetti, ti innamori.
Non tutti i giorni sono uguali, non da quando ci conosciamo, da quando le nostre vite hanno preso la stessa direzione e si sono scontrate.
In uno di questi folli scambi di idee, parole a vanvera, a volte forti, a volte leggere, abbiamo detto “Si! Facciamolo”. Ed eccoci qua.
Sarà l’ennesimo scambio del web, foto, parole, intuizioni pulite e senza futuro. Sarà l’ennesimo, certo, ma è il nostro. Il nostro modo di comunicare.

Mary Pellegrino, Dafne’s Corner, foto inedite.
Berenice Boncioli, Mirtillo & Lampone, parole inedite.

Tutto questo è il nostro #mercoledì.

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QUINDICI ANNI.

standard 23 settembre 2016 Leave a response

Basilica di San Lorenzo

15 anni. Sono 15 anni che godo di questo cielo, di questo orizzonte, che si sagoma di architetture vive, interessanti, potenti, a volte delicate e sconosciute.
15 anni che sei la mia città, Firenze. Quanto mi hai visto cambiare? Quanto mi hai accompagnato tra i miei vicoli della vita? Abbiamo scoperto insieme coraggio e paure, molte lacrime che ora mi fanno sorridere, molti sorrisi che ora chiamano malinconia.
Ero una bambina. Ora?

Ora cammino attenta e guardo avanti. Ora [dovrei dirlo] sono una donna. Quando sono arrivata qui dovevo compiere 19 anni, adesso manca poco a 34. E se gli ultimi 3 anni sono stati una rivoluzione, tutti quelli prima sono stati la base, per questa rivoluzione. Quelle lacrime, le cadute e le ricadute, gli infiniti errori, le serate, i  baci, i trascorsi felici, gli amici. Gli Amici. L’amore, gli esami, le chiacchiere all’università. Il peso delle cose, che varia, che muta, che cambia. Il peso delle parole, dei momenti. L’importanza di tutto, che poi diventa niente, che di nuovo si trasforma. L’università. Non ci capivo niente, all’inizio. Andavo a lezione, prendevo appunti, non sapevo studiare. Ero sprovveduta, spaesata, senza forma. Da un piccolo paese di 1000 abitanti, da una provincia di agricoltori e pianure infinite per me, Firenze, era pura magia. Mi confondeva, mi faceva sentire piccola ma importante, sopraffatta dall’energia che sprigionava. Con la sua arte ovunque, così dirompente, importante, i primi sei mesi volarono senza nemmeno farmi accorgere di ciò che stavo facendo. E non che dopo sia andata meglio, ho solo migliorato qualche dettaglio, piano piano.

Ora [non so se lo sono] sono una mamma. Una mamma che a volte non ce la fa, che corre, che lavora, che lava/non stira/cucina/si arrabbia. Una mamma ogni giorno nuova, che si innamora anche delle difficoltà, che dice GRAZIE, ogni giorno. Grazie per queste vite. Sono una mamma moderna ma non troppo, attaccata alle convenzioni ma non troppo, sola ma non troppo, che ama e non è mai troppo. Una mamma incasinata, che vorrebbe più tempo per ogni giornata, per vedere EliaMirtillo crescere, in tutte le sue direzioni possibili. Una mamma che ha imparato la pazienza, suo malgrado e con tanto sacrificio.

Ora sono [ancora] quella bambina. Che non sa come ha fatto ad arrivare fino a qui. Che se ci penso adesso mi tremano le ginocchia. Perché la forza di quella bambina mi ha fatto fare tante cose. Andare avanti, lavorare sempre, nonostante le difficoltà economiche, studiare, studiare tanto, accettare me stessa, combattere, vincere o perdere non importa, comunque combattere. L’ingenuità, questa cara amica fedele che sempre mi accompagna, che mi aiuta a prendere un sacco di fregature ma, nonostante tutto, sapere che esisto. Che posso guardare la vita e sentirmi pulita.

Ora sono Berenice. Provo a vestire bene questo nome così importante, per me che sono così piccola. Firenze, ad esempio, mi calza a pennello; è una città incasinata, piccola e piena, controversa e talvolta antipatica. Vivere qui è abbastanza complicato ma lo considero un privilegio. Soprattutto quando, ogni mattina, nonostante la fretta, il sacrificio costante, i pensieri che sbattono uno contro l’altro, il sonno e la voglia di essere altrove…lei ti sorprende. Per Firenze 15 anni non sono niente, splende da secoli, ma per me sono stati una fetta di vita meravigliosa e, per la sua presenza costante, la ringrazio. Qui mi sento a casa.

LE COSE DI CUI NON HO BISOGNO

standard 23 agosto 2016 10 responses

Scrivere. Devo scrivere altrimenti quello che ho in testa e la frenesia delle mani se ne andranno.
Lasceranno il mio corpo stanco e assonnato.
Mentre faccio la doccia penso questo. E poi il tempo svanisce, si frantuma in mille pezzi per le continue priorità ribaltate. Qualcuno che piange e qualcuno che non sa consolare, continui solleciti e richieste. Sono stanca.
Stanca di essere indispensabile, stanca di ringraziare, stanca di dovermi affidare a qualcuno ma non poterci mai veramente contare. Stanca di essere così, perennemente rincorsa dal senso di colpa, con quella sensazione di essere sempre in debito, mai in credito. Un debito mai concluso, un mutuo pieno di interessi e scappatoie, stati d’ansia e futuro sconosciuto.
Sono stanca di questa precarietà, di domande senza risposta, senza possibilità di ordine.

Vorrei un attimo di silenzio, un attimo di solitudine.
Perdermi tra le strade senza meta dei miei pensieri, navigare nella moltitudine dell’inutile, chiudere gli occhi e non sentire più, ne’ con il cuore ne’ con le orecchie.
Silenzio e solitudine, due cose di cui (generalmente) non ho bisogno.

Non ho bisogno di progetti complicati.
Di scale ripide e fragili argomenti.
Ho bisogno di forza, quella che scorre nei muscoli del collo e delle braccia, quella che scorre nel caldo del sole.
Non ho bisogno di cioccolata amara.
Non ho bisogno di previsioni meteo rassicuranti. Di fardelli altrui, di ipocrisia, di approcci faticosi.
Ho bisogno di sincerità leggera, sorrisi, incontri casuali e rilassanti.
Di arte, di bello.

Attesa, Opera nr.22 (1)

Attesa, nr. 22 – fotografia di Mimmo Jodice

Di sbagliare, senza essere peccatrice.
Di vagare, senza precisa meta, rischiando di cadere.
Non ho bisogno di processi alle intenzioni, di malafede e sguardi inquisitori.
Ho bisogno di mangiare la pizza per la strada, a Napoli. Sentirmi parte di qualcosa, visitare un museo senza tempo che scade, senza orologi che vincono incontrastati ogni momento della giornata.
Di rendere possibile l’impossibile. Carezzare le mani del mio amore, levigando le sue paure e le mie.
Non ho bisogno di essere sempre mamma, perché prima di quello sono anche una persona, un bianco e nero spietato come le foto di Jodice (di cui mi sono innamorata profondamente dopo aver visto la sua mostra ampissima e curata con molta maestria al MADRE di Napoli).
Non ho bisogno di sicurezze. Nemmeno di tempo.
Ho bisogno di respirare fuori dal caos, ogni tanto. Apprezzare la mia vita, quello che ho fatto, quello che ho scelto di lasciare indietro. Le strade difficili che ho intrapreso senza rendermene conto, l’incoscienza che mi ha sempre aiutato a FARE. Senza pensare al POI.
Ho bisogno di riconoscermi anche quando non riesco, anche quando non raggiungo, anche quando mi sembra sempre poco.

Donne, mamme, amiche. Ma anche amici, perché no. In fondo è un pensiero che vale per tutti.
Riconoscetevi.
Non importa cosa facciate, dove passate le giornate, dove lasciate scorrere i minuti del prezioso tempo della vostra vita. Ma riconoscetevi. Guardatevi le mani, i calli, le rughe, le gambe stanche. La pancetta magari un po’ così, il naso storto. Ascoltatevi. Ascoltate le voci nelle orecchie, anche quelle più ruvide, quelle più stridule. Riconoscetevi quando fate la spesa, quando andate a correre, quando fate la pipì. Nelle cose più quotidiane, banali, ripetitive. Voi SIETE.
Respirate, a fondo. Fino a che l’aria tocca il fondo dei vostri polmoni e decide di uscire. Lasciatevi andare.
Riconoscetevi.
Questo è quello di cui, oggi, ho bisogno.

SI. SI PUO’. #Marta4Kids

standard 13 giugno 2016 6 responses

Tutto perde senso.

Tutto è relativo.
Tutto è relativo, se succede agli altri, e non a te.
Tutto è costantemente in circolo, senza pietà o distinzioni.

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Un direttore d’orchestra ingiusto e poco compassionevole tiene le fila delle nostre vite, facciamo in modo che ogni giorno sia il meglio di quello che possiamo fare.

Avere equilibrio è una delle cose più difficili, per me. Equilibrio tra le cose veramente importanti e quelle quotidiane, che diventano necessarie anche se, in realtà, sono sono realmente essenziali. Ma tutto ha il suo posto, nelle nostre vite. Sta a noi trovare le priorità, dare la voce, regolare il suo volume. Se fossimo tutti uguali, non esisterebbero i colori che fanno bello il mondo.
Ecco, comunque, ora equilibrio non ne ho. Sono su un’altalena, dondolante tra il vuoto e il pieno, quelli dell’anima. Sono in tumulto, come le nuvole in questi giorni, cambiano colore da un grigio scuro intenso ad un bianco candido innocuo. Ho bisogno di respirare profondamente, di alzare il volume a quelle voci che parlano in fondo al mio cuore, lasciandole libere di darmi fastidio, di agitare le mie acque calme, quelle del conosciuto. Ho voglia di scuotermi, di risvegliarmi da questo torpore dato dalla routine, ho voglia di affaticarmi fino a dormire senza sogni, ho voglia di mettere e togliere pesi, dando nuovi spazi e nuovo respiro a qualcosa di più viscerale. Scopro carte di una me stessa ancora nuova, e mi piace. Qualcosa che mi mette alla prova, finalmente, di nuovo, con me stessa. E non solo come mamma. Ma come persona.
Perché ogni giorno voglio sperare di aver dato il massimo. Di aver sorriso, di aver fatto ciò che amo, con chi amo. Di non aver lasciato niente al caso, oppure tutto.
Perché la mia vita è un dono. Così come lo sono tutti i passi che incontri sul suo sentiero, come fossero frammenti di magia. E questo sentiero mi ha portato a scoprire così tanto che è difficile, anche per una come me, trovare le parole per scriverlo.

Tutto questo per dire che ti ho conosciuto, Chris.

Ho conosciuto una persona normale, un uomo normale, un viaggiatore, un camminatore, un bellissimo ragazzo che porta sulle sue spalle un dolore soffocante. Quelli che non lasciano scampo e ti strappano dal quotidiano, dal conosciuto, dall’essenziale di cui parlavo poco fa. Ti strappano dall’equilibrio e da “normale” ti tramutano in “speciale”. E non ne puoi fare a meno, è un investimento dal quale non ti sei potuto sottrarre, tuo malgrado. Non è una scelta, è una conseguenza indesiderata. Tu l’hai trasformata in opportunità. L’opportunità di fare qualcosa che sollevi il peso della tua sofferenza, aiutando gli altri. Ecco, io di fronte a tutto questo, perdo le parole. Perché siamo così piccoli, ci crediamo impotenti, ci limitiamo al nulla. E così non va, perlomeno per me, non va più.

Grazie Chris. Perché il tuo bagaglio si è fatto anche un po’ mio, nostro. Perché la tua umiltà, il tuo sorriso, i tuoi sentieri inesplorati, sono adesso anche i nostri. Grazie perché hai trasformato la vita non solo a te stesso ma a molte persone che hai incontrato e incontrerai, aprendo nuovi orizzonti non solo per te ma anche per chi ha avuto modo di guardarsi dentro con i tuoi occhi. Troppo spesso ci dimentichiamo di fermarci. Di trovare nuovamente il nostro equilibrio, di ascoltarci. Conoscerti, ascoltare le tue parole, la tua storia, mi ha illuminato un nuovo tratto di vita che spero di essere in grado di percorrere.

Tu sei una persona normale, Chris. Normalmente speciale. Grazie per essere passato di qui. Per esserti dato questa opportunità, perché lo hai fatto anche per tutti noi.

Per chi ancora non lo conoscesse… qui una pagina del suo Blog di Viaggi, questa la pagina Facebook della Onlus e qui sotto le coordinate se vorrete donare qualcosa alla ricerca per la fibrosi cistica

Intestatario : MARTA4KIDS ONLUS

iban: IT48X0200860260000104117188

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Chris, Dino, Elisabetta, Berry…e la Fluffosa <3

SILENZI E RINASCITE.

standard 26 maggio 2016 4 responses

Il panico è un cappio. Un cappio che stringe forte il più potente dei respiri, quello della vita.
Il panico è un cappio che chiude il cielo in un fagotto di buio. Senza vie d’uscita.
Il panico nasconde la realtà, distorce le emozioni, cancella ricordi solari e sorrisi immediati.

Non esiste più la razionalità, l’efficacia degli abbracci, il rumore confortante di un messaggio sul cellulare. Il panico soffoca. Distrugge. Ammalia come una sirena ammaliava Ulisse. Ti penetra le orecchie con il suo canto sensuale e ti stordisce, lasciando che il mondo visibile sia solo in bianco e nero. Senza sfumature o arcobaleni. Quando pensi di esserne uscito forse sei all’inizio della rinascita. Tutto quello che puoi fare è provare. Caricarti di sorrisi, come un mulo sulle strade impervie delle Ande si carica di provviste. Caricarti di positività, energie e soluzioni. Lasciando per la strada quello che non serve.

Si diventa materiali, essenziali, forse troppo egoisti. Si diventa lupi solitari che imparano di nuovo (ma forse mai lo avevano imparato) cosa vuol dire stare soli con se stessi. Si diventa aggressivi e storditi dalle continue richieste. Si prendono decisioni totalmente inconsapevoli, nelle quali ti troverai a sguazzare qualche tempo dopo, a leggerne e cercare di capirne le conseguenze. Si va avanti, sapendo che di risposte non ce ne sono, lasciando che le cose fluiscano, scorrano, creino i loro percorsi solitari, solcando letti di fiumi leggendari.

Certo non sono una mamma nata con il buco, come scrissi poco tempo fa. E di perfezioni nella mia vita non ne ho viste molte. Spesso ho perso tempo a colpevolizzarmi davanti allo specchio, a farmi analisi di coscienza e domandarmi come e dove poter recuperare, dove fosse lo spazio per uscire dall’acqua e riprendere fiato. Ma questo privilegio adesso non ce l’ho. Riesco a malapena a trovare la forza di alzare la mano fuori dalle onde per farmi scorgere da qualcuno, lontano, sulla riva. Sono sempre a corto di fiato, ma probabilmente non posso essere diversa da quella che ho sempre voluto essere, incastrandomi in mille pensieri, prima che diventino impegni materiali.

Come sempre faccio voli pindarici. Ho iniziato a scrivere questo post nemmeno ricordo quando, l’ho corretto altre 4 o 5 volte sperando di finirlo, invece è rimasto qui, in attesa del suo momento (e del mio tempo). In questi giorni, in queste settimane, sono successe tante cose. Sono stati momenti intensi, di riflessione importante per me e, probabilmente, anche per chi mi sta intorno. Mi piace la vita, in tutte le sue sconnessioni e riconnessioni, in quello che regala comunque, anche nei giorni di vento in cui i capelli di parano gli occhi e non si vede più l’orizzonte, appiglio sempre valido e caro. Mi piace l’uso della parola, di cui spesso mi riempio le mani piuttosto che la bocca, non riuscendo come vorrei ad esprimere vicinanza ed empatia. Mi piace sbagliare, correggere (se possibile e se accettato), mi piace mettere alla prova con incoscienza tutto ciò che passa attraverso di me.

Certo è che, nei miei infiniti voli pindarici, dal decollo (crisi di panico) all’atterraggio, non dovete cercare tra le righe. Quello che voglio dire lo dico, con buona pace dei maligni. Quello che non c’è scritto non c’è e basta, non esiste. E se vi pare di scorgere qualcosa che parla di voi, sicuramente vi sbagliate. Io non so parlare per nessun altro che per me.

E’ il mio modo di fare introspezione, di conoscermi, di analizzare tutto fino allo sfinimento.

Fino a che anche il più tenace momento di panico si stufa…e se ne va. Lasciandomi sorridere.

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Le mie pause dall’ordinario

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