Mi innamoro…

standard 20 dicembre 2013 33 responses

Ogni tanto capita che mi innamoro.

Delle mani di una vecchina tutte rugose che cercano gli spiccioli nel borsellino di pelle sdrucita, per pagare un filo di pane al supermercato, creando una coda impaziente alle sue spalle.
Di qualche artista strampalato e fantasioso, che fa opere che anche io sarei capace di fare ma non le fai, quindi ZITTO.
Dei rami spogli dalle foglie, oramai tutte cadute, che sembrano tante piccole braccia in attesa di primavera dal cielo.
Dei miei passi sugli sconnessi marciapiedi fiorentini, che catturano immagini riflesse nelle pozzanghere congelate e ferme.
Dei baffi bianchi e sensibili dei miei felini che corrono sul letto, sulle mensole, sul comò, spostando tutta la polvere di questo pianeta.
Dei raggi di sole che si infilano tra i palazzi, che fanno gli slalom tra le tegole e si tuffano nelle stanze umide e solitarie di questo inverno.
Mi innamoro della vita.
Di quanto è diversa per ognuno di noi.
Di quanto è semplice e complicata, di quanto cambia ad ogni battito di ciglia, di quanto seleziona accuratamente o casualmente le sue vittime o le sue vittoriose cavie.
Mi innamoro dei tuoi occhi, del suo, cuore, dei vostri momenti, degli attimi rubati, delle parole imparate, degli abbracci selezionati, delle polemiche sopite, dei cervelli attivi, delle bugie dimenticate, degli amici tristi, delle necessità urlate, delle esigenze obbligate.
Mi innamoro del rumore della mia macchina carica che domani lascerà Firenze, per raggiungere i sorrisi più belli del mondo.
Mi innamoro delle mie colleghe, che mi fanno ridere, riflettere, arrabbiare, dubitare ma sempre sentire a casa.

Mi innamoro di questo Natale più di quanto non lo sia stata mai nella mia vita.
Perchè questo è un tempo che si trasforma in luogo e lo posso vivere, ci posso passeggiare, lo posso coccolare. E’ il luogo del mio cuore, che trova la sua pace, dentro il cuore di un’altra persona.

Imparo, da questo Natale, ad essere più serena. Che le cose brutte, o tristi, se non sono definitive, trovano sempre la loro strada, una soluzione, l’idea geniale che le tramuta in meraviglie. 

Mi innamoro di voi, che siete la decorazione colorata di un Natale lungo un anno, che leggete le mie trasformazioni con pazienza e attenzione, che ci siete, sempre, e resterete.
La mia Firenze.
Che siano giorni lievi, gentili, zuccherosi e pieni di amore.
A U G U R I !

Nebbia.

standard 16 dicembre 2013 31 responses

Scivolo con i pensieri e con le braccia, sul bordo della vasca appoggio le mie membra stanche.
Sono livida, stanca, poco cordiale, ma sempre innocua.
Non ho ancora varcato il confine. Mentre mi bagno la punta del piede sento che mi abbandona anche l’ultimo entusiasmo remoto, mi lascio andare.
L’acqua risponde alla mia richiesta, mi coccola, mi scalda, rende le mie palpebre pesanti. Si incrociano le ciglia e chiudo gli occhi, sommersa dalle piccole onde del mio profumato bagno.
Galleggiano le bucce d’arancia, i miei capelli si bagnano al gusto di agrumi, sento le essenze insistere per entrare nel mio naso.
Sono circondata. Questo vapore come nebbia copre tutta la stanza. 
Continuo il mio bagno, non c’è più una vasca, non c’è più nessun bordo, sento il frusciare delle foglie, delle canne di bamboo.
L’acqua è fredda. Io sono livida, di un livido inverno, sono gelida, di una gelida nebbia.
Le mie mani si muovono nell’ombra di questa notte, lascio che mi avvolga.
Pensieri, braccia, capelli, profumo, non sento più niente.
La morte di Marat (1793) – J. L. David

Mi piace scrivere. 
Ci provo, anche quando non mi sento particolarmente ispirata, anche quando c’è la nebbia che mi offusca la visione delle cose, anche quando sono polemica, triste, pensierosa, invischiata, ammuffita. E’ facile cadere nei tranelli quotidiani del fare per non fare. Ogni tanto mi ci lascio trasportare, per comodità, per indolenza, per mancanza di energie. Ma in realtà, e questo lo imparo quando la nebbia si dirada, il tempo c’è sempre, per fare le cose che veramente amiamo fare. E allora si mette da parte tutto, anche quelle lacrime che si ostinano a rendere tutto più difficile, ma allo stesso tempo ripuliscono e sciolgono molti nodi.
Ci sono delle convinzioni di cui mi riempio la testa, delle ansie di cui imbottisco le mie giornate come se fossero dei grandi bomboloni strapieni di crema.
E poi viene il tempo per lasciar andare tutto e dire: Ok. Non ho scritto nulla in questi giorni. Però ho fatto molto. E quindi mi do pace, mi perdono, ecco. La mia sensibilità mi si ritorce contro, a volte…anzi, forse molto più spesso di quello che credo, si trasforma in insicurezza e domande. E allora quel tempo, che già è poco e soffocato, lo riempio di punti interrogativi, che si intrecciano, si accavallano, mi perseguitano fino a farmi mancare l’aria.
Fortuna che poi non muoio. Nessuno viene ad uccidermi di soppiato nella vasca da bagno, e non perchè non ce l’ho, ma perchè non c’è niente da ammazzare, se non un’immagine di me che devo riuscire a dimenticare, nella quale ogni tanto mi rifugio per compatirmi e subito dopo odiarmi…e fuggire di nuovo. 
Io sono quella dei sorrisi. Dell’entusiasmo, della follia buona, delle piccole cose.
Sono otto mesi che il mio coinquilino non è più solo un coinquilino. Lui ha la chiave per capire i miei punti interrogativi. Li prende, li stira, li rigira. Adesso hanno tutti la forma di un sorriso. 
(Non nego che a volte anche lui non sa molto bene come fa, perchè io sono una rompiscatole non indifferente…però poi alla fine ci riesce sempre!)
E quest’anno non vedo l’ora che sia Natale. Per nessun’altro motivo che stare con le persone che amo.
Abbracciare le mie sorelle, i miei, la mia nipotina, il pancione di mia sorella e avere con me LA persona che voglio accanto.

Buona settimana, che sia piena di punti interrogativi in trasformazione. ?

SUONARE C15.

standard 5 dicembre 2013 28 responses

Quattro palazzi grigi cemento, scorticati dal tempo e dalle intemperie.

Ventuno anni appena compiuti, freschi ed ingenui come un quadrifoglio bagnato di rugiada.

Una stanza poco accogliente, rustica e vuota, senza personalità, senza ricordi alle pareti, una vita da scrivere e attaccare.

Due piedi sulla soglia della porta blu. 
Tanti numeri da controllare, tutto sembra uniforme, statico.
Pantaloni mai abbastanza rattoppati, spirito libero, colori e frenesie mai frenate.
Quello che mi aspettava tra quelle pareti non potevo saperlo, quel 27 gennaio 2003, fatto di lacrime e separazioni, di trasloco in autobus, di zaini in spalla pesanti e accessori inutili che facevano diventare ancora più pesante lo spostamento.
Ed era così definitivo che non potevo saperlo.
La mia vita a Firenze, da quel momento, ha preso un’altra strada. La ripidità iniziale è stata ripagata, perchè sento ogni giorno la forza acquisita sulle mie spalle, ogni giorno che leggo negli occhi del mio migliore amico quanto sono stata fortunata ad incontrarlo lì, tra più di 400 facce sconosciute, nemiche e in conflitto.
Una decisione presa senza avere altre scelte se non quella di tornare dai miei, mollare l’università e la mia nuova vita. Una decisione sofferta.
Perché dietro quella porta era tutto sconosciuto, tanti tasselli erano ancora da comporre e costruire, trovando loro un senso compiuto, sperando di trovarlo, senza alcuna certezza se non l’acqua fredda sulla faccia la mattina.
Quattro palazzi che erano un villaggio, un campus, un paese, il mio mondo.
Lo sono stati per sei anni, durante i quali ho traslocato da torre a torre, da stanza a monolocale.
Quattro palazzi che mi hanno vista crescere, trasformare.
Giovane, inesperta, sempre contro.
Donna, compiuta, presente.
Un passo dietro l’altro, vincendo vergogna e sguardi a volte troppo taglienti, amicizie e legami così forti che vincono il tempo e le diverse esperienze, ricordi buffi, solitari.
Dio quante risate tra quelle pareti. Sento ancora lo scintillio chiaro delle nostre anime, così libere.
Libere da tutto.
Dalle imposizioni della crescita, dal realismo crudo di una laurea desiderata ma poi quasi inutile, anime libere dai sotterfugi e dalla malignità.
Quattro palazzi grigi cemento, che ho imparato ad amare tantissimo.
La C15 era la mia prima stanza. Torre C, secondo piano, stanza 15, sulla sinistra dopo le scale.
Li sogno spesso, quei giorni. Non perchè adesso viva una vita peggiore, ma probabilmente perchè è LI’, proprio LI’ che mi sono formata, che i piccoli pezzi di plastilina si sono lasciati modellare per creare questa gran pezzo di gnocca donna che vedo adesso.
Ed è stato LI’ proprio LI’ che ho conosciuto i due veri protagonisti di questa mostra.

Maurizio e Mesquita.
Sardegna e Angola.
Biondo, occhi azzurri, fotografo. Nero che più nero non si può, TUTTOLOGO (anche perchè se dovessi seriamente dire la sua professione non saprei da dove cominciare!).

Insomma. Questi due qui, insieme, hanno dato vita ad una mostra, appunto. Un’unione di culture, di amicizia, di larghe intese, di unioni, di condivisione, sorrisi, rispetto, attenzioni, coinvolgimenti, dettagli materiali e immateriali.
Se passate da Firenze, la Feltrinelli International la ospita dal 5 dicembre al 7 gennaio 2014.
Non vedo l’ora di essere lì, stasera, a vedere gli occhi del mio amico brillare di gioia ed emozione per un traguardo, non il primo, della sua carriera, ma soprattutto PER la sua persona così unica, che occupa un posto indissolubile nel mio cuore.
(link ad un articolo de La Repubblica – galleria fotografica con le foto della mostra!)
 Firenze, Feltrinelli International, dal 5 dicembre al 7 gennaio 2014.
Berry e Mesquita – Fotografia di Maurizio Picci.

WOR(L)DS#10

standard 2 dicembre 2013 36 responses

Progetto di Scrittura Creativa di Zelda was a Writer

WOR(L)DS #10

Per Camilla e gli abitanti di Wor(l)ds.

 
A volte si ha bisogno di stringere nodi, fiocchi paffuti, morbidi incroci.
A volte si ha bisogno di riempirci gli occhi di lustrini, magici e ruvidi.

Le mie parole scorrono su un nastro, liscio e color pastello.
Riavvolgo il nastro, riascolto la mia voce.
Ascolto il più piccolo frammento di disturbo, che movimenta il sottofondo.
Emergono in superficie suoni alieni, lingue che non conoscevo. Riavvolgo il nastro. Riascolto.
Stringo il nodo, il fiocco è pronto per l’albero.
Perché ho tradotto tutti i dialetti di questi strani mondi diversi, li ho incontrati, manipolati e vissuti.

Queste Parole Creano Dipendenza.
Assuefazione Virtuale e Straniera.
Guardo dondolare ciò che ho appeso, ammaliata, come fosse un amuleto di gioia color arcobaleno.

 
****
 
Inizia Dicembre e un progetto si è chiuso. 
Mi sento un po’ ubriaca, in quel momento in cui si incrociano malinconia ed euforia.
A dire la verità non mi sono mai ubriacata, ma questo è un altro discorso.
Il sapore che sento è un sapore buono, di persone genuine, di sorrisi che nascono dal cuore.
Vedo una Milano nuova, che mi parla di Pop Art e di navigli.
Vedo nuovi abbracci e sguardi, nonostante sciarpe e cappelli a coprire i venti gelidi.
E allora penso.
Penso che oggi sono di poche parole, che non trovo quelle giuste e che forse, a volte, va bene anche non spenderne troppe.
Penso che è una giornata grigissima, ma che certe condivisioni, non si fanno mai coprire dalle nuvole.
 
Gio & Berry – Andy – Wor(l)ds – Worldsiani & Camilla
E siccome oggi sono silenziosa, vi lascio con ciò che ho letto ieri alla mostra di Andy Wahrol:

Non pensare di fare arte, falla e basta. 
Lascia che siano gli altri a decidere se è buona o cattiva,
se gli piace o gli faccia schifo.
Intanto mentre gli altri sono lì a decidere
tu fai ancora più arte.

CONSIGLIA Crostatine alle pesche con crema di ricotta e quinoa